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Mamma e Tato, un omaggio alla loro storia

Oggi sono sette anni che è mancata mia mamma e per omaggiarla voglio raccontare la storia di Tato, il micio nella foto con lei.
E’ nato ad aprile 2000, una cucciolata di quattro fagiolini, due femmine nere e due maschietti tigrati. Era quello sempre in disparte, ultimo ad attaccarsi per il latte e spesso non riusciva perché scacciato dagli altri. A volte ero costretta a tenerli separati per permettergli di mangiare.
Era il più piccolo, quello che cresceva più lentamente e meno degli altri. Era anche lento, di comprendonio e di riflessi, pareva imbranato: gli lanciavo la pallina e lui guardava la mano mentre il fratellino e le sorelline si affannavano nelle corse. Non riuscivamo a svezzarlo: rifiutava le pappe, la carne, i croccantini. Copriva tutto, voleva solo il latte della mamma.
I mesi passavano, gli altri li ho fatti adottare, ma lui non c’era verso: a tre mesi mangiava solo latte e continuava a sembrare un po’ ritardato.

In casa erano litigate continue con mia mamma. Aveva ragione perché avevamo già tre gatti, i soliti randagi che raccattavo mezzi morti: Mimì, un tripode trovato da cucciolo appena investito cui abbiamo dovuto amputare la zampina; Tata, la mamma, anche lei presa dal ciglio della strada dopo che avevano investito la madre e Muci, il grigino, quello con la coda rotta, tolto di forza con un calcio dalla bocca del pastore tedesco del vicino.
Ad ogni randagino che portavo a casa erano liti furibonde con mamma, ma alla fine l’avevo sempre vinta io, e i piccoletti rimanevano.

A questo giro però lei era categorica, Tato non lo voleva tenere. Era già snervata dall’imprevista gravidanza della micia, rimasta incinta a neanche cinque mesi. Ce ne siamo accorti il giorno che l’ho portata per la sterilizzazione. Il padre era il tripode, non me la sono sentita di fargli subire altri interventi dopo l’amputazione ed ero sicura di avere tempo per sterilizzare la gatta. Eh, come no… Ovviamente di farla abortire non se ne parlava proprio.
Fatto sta che mamma voleva Tato fuori di casa: “Fa’ qualcosa, cerca di farlo svezzare, un quarto gatto in casa non lo voglio. Guarda che lo rilascio in cortile!”.

Poi in agosto le venne un infarto. E tra ospedale e riabilitazione, cure e assistenza a mamma, diciamo che la priorità non era certo quella di far adottare Tato, che nel frattempo si era deciso a mangiucchiare un po’ di carne, ma sempre dando preferenza al latte della madre (a quasi sei mesi).
E così il delinquente rimase con noi. Delinquente perché nel tempo si è dimostrato tutt’altro che imbranato, tonto o ritardato: finché c’è stato il padre, stava schiscio. Morto lui, è diventato il maschio Alfa di casa che menava tutti, madre compresa.

E, manco a dirlo, negli anni lui e mia mamma sono diventati una cosa sola. Quando è tornata dall’ospedale e l’ha trovato ancora a casa ricordo che disse: “Ci avrei scommesso che non lo davi via…”, con tono rassegnato.
Spesso la trovavo in poltrona con lui accucciato sulla pancia o sotto il suo mento, modalità “collo di pelo”, con la testa sulla spalla e il corpo attaccato al mento.
Le stava sempre addosso o comunque a non più di un metro di distanza o a portata d’occhio, sulla sedia in cucina vicino alla sua, sul divano, nel lavandino quando lei era in bagno e, ovviamente, dormiva sempre addosso a lei.

A lei piaceva prendergli un orecchio e girarci attorno il dito, accarezzandolo e lui gradiva moltissimo: “Guarda che cretino, fa il cinese, occhi stretti e sembra che sorrida”.
La prendevo in giro: “E meno male che volevi darlo via…”. Lei bofonchiava qualcosa di incomprensibile e cambiava subito discorso.
E via così per undici anni.

Quando nel 2011 si è ammalata, per un anno ha dovuto fare terapia d’ossigeno a casa e con Tato era un problema perché quando le si metteva addosso in modalità “collo di pelo” rischiava di schiacciare il tubicino dell’ossigeno e di diminuirne la portata.
Lo sgridavo facendolo scendere o cercando almeno di farlo stare sulla pancia, ma lei si opponeva: “Ma dai lascialo qui, poverino. Facciamo così, tengo il tubicino di lato così non si schiaccia” – “Sì mamma, ma se ti addormenti non mi sta bene che lui ti prema sui polmoni” – “Ma no, guarda lo faccio stendere sul fianco, così non mi sta addosso. Va bene?”.
Doveva andar bene per forza perché quando mamma attivava la modalità mulo, non c’era discussione.

Durante uno dei ricoveri una sera le ho fatto la sorpresa, passando dalle scale esterne dell’ospedale per non farmi vedere dai guardiani, le ho portato Tato, nel trasportino. Non vi dico gli accidenti che mi ha tirato: “Ma cosa lo porti fuori a fare che lo sai che si spaventa! E poi è dicembre, guarda che nebbia e fa freddo per lui. Potevi almeno mettere una coperta, sai che è un freddoloso”… e altre recriminazioni che non ricordo, però ricordo molto bene il frame di lui accucciato a lei sul letto d’ospedale tutto spaventato, con lei che lo consolava, continuando a rimproverarmi.

Insomma, Tato era il SUO gatto. Voleva bene anche agli altri, ma con Tato aveva un rapporto speciale, molto in simbiosi e, per certi versi, un po’ si somigliavano: finti burberi dal carattere duro, testardi e pure un poco stronzi all’occorrenza.
Quando mamma è morta, lui è diventato molto possessivo nei miei confronti, tanto da non accettare che la madre, Tata, né Vinnie, si avvicinassero a me: volavano botte.

A nemmeno un anno dalla morte di mia madre ho rischiato di perderlo per colpa di Vinnie: nonostante Tato fosse vaccinato, sì è ammalato di panleucopenia.
Ricordo ancora il pomeriggio in cui l’ho ricoverato, quando il veterinario mi disse che con “700 globuli bianchi, non credo passi la notte”.
L’ho lasciato lì e sono andata al cimitero, da mamma.

Il 2013 per me è stato un anno infernale, letteralmente parlando: lutti vari e accanimento del tutto e, dopo la malattia di mamma e l’anno di assistenza continua h24, mi sentivo allo stremo delle forze, mentali e fisiche.
Credo sia capitato a tutti un momento in cui hai davvero paura di non farcela. Io l’ho vissuto quel giorno davanti alla sua tomba: ero adirata perché avevo bisogno della mamma ma lei non c’era più. E a neanche un anno di distanza dalla sua morte, rischiavo di perdere anche Tato. E le davo la colpa di volerselo portare via: “E no, cazzo, non puoi prenderti anche lui”, dissi con rabbia dando un pugno alla lapide.

La mattina dopo mi chiama il veterinario e mi dice che Tato sta migliorando ma “deve venire qui con urgenza a darci la liberatoria per addormentarlo, perché da ieri non fa pipì e non vogliamo rischiare un’infezione, dobbiamo mettere un catetere” – “Non è necessario, vengo subito, dateci una stanza e una lettiera e vedrà che con me presente la fa”.
Ed è andata così.

Tato si è ripreso con fatica: ho fatto i salti mortali per lui. Lo imboccavo, gli facevo le flebo, lo tenevo lontano dagli altri, ho sentito non più quanti pareri. Pian piano ha recuperato ed è stato con noi ancora 5 anni.

E’ mancato il 23 aprile del 2018 per un linfoma intestinale: l’ho curato finché non mi sono resa conto che stavo superando quel sottile confine tra il volerlo aiutare e l’accanimento terapeutico.
Il 21 aprile, durante l’ultima visita dopo giorni che non mangiava più, avevo deciso di farlo addormentare, la veterinaria aveva già l’iniezione pronta … Io avevo un boccone di carne trita in mano, e lui in un ultimo sforzo si è messo in piedi e ha mangiato.
Piangevo, e in quel momento ho realizzato che il 21 aprile era anche il compleanno di mia madre. Non ho trovato la forza di farlo addormentare.
L’ho riportato a casa, e tenuto con me ancora 2 giorni. Due giorni in cui non mi sono quasi mossa dal letto, con lui sdraiato vicino. Non ha più mangiato.
Quando è mancato l’ho fatto cremare e ho messo le sue ceneri nel vaso di un alberello di nespolo che ho sul balcone: un nespolo nato da semi piantati da mia madre nel 2010.

 

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